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Venerdì, 13 Maggio 2005 16:30

Riccardo Abati, Maria Pia Polo, "Le acque del Muson", Santa Maria di Sala, 1989

 

Riccardo Abati, Maria Pia Polo

Le acque del Muson

Santa Maria di Sala, Biblioteca Comunale “F. Farsetti”, 1989, 96 pp.

 

Non ci si stupisca della data, non certo attuale, in cui questo testo è stato pubblicato. È uso recensire solo testi recenti, e questa è la più recente monografia che abbia come argomento un corso d’acqua dell’Alta Padovana. Dal 1989 ad oggi, più nulla.

Pertanto, è giusto informare il lettore interessato all’argomento, dell’unico testo di idraulica dell’Alta Padovana tutt’ora in distribuzione (per richiederlo basta rivolgersi alla Biblioteca che l’ha pubblicato). Ed è altrettanto giusto informare gli studiosi dell’esistenza di questo terreno di studio, assolutamente vergine e ricchissimo. So di non esagerare definendo l’Alta una vera e propria “terra d’acque”. Infine è doveroso segnalare la necessità di una ricerca di vasto respiro, che abbia come oggetto le acque dell’Alta intese come presenza che concorre fortemente a costituire l’identità di questo territorio.

Ma veniamo al testo di cui qui parliamo. Gli Autori sono un insegnate di scuola media e un’insegnate di scuola elementare, mentre il testo è nato da un’idea “di natura squisitamente didattica”, come sottolinea nell’introduzione il presidente della biblioteca Antonio Lovato. Va detto che gli studi provenienti dal mondo della scuola hanno una gran qualità, che in questo testo è presente in modo particolare: accostano ad un linguaggio piano e semplice un estremo rigore scientifico. In altre parole, il “Muson” di Abati e Polo si legge come un romanzo, ricavandone però tutte le informazioni del saggio storico. Si tratta quindi di un raro esempio di vera divulgazione scientifica.

Altra caratteristica che non sfugge è l’impianto iconografico. Il testo contiene infatti una collezione organica di mappe, riprodotte a colori e ordinate cronologicamente, relative al corso d’acqua, ai progetti, e agli interventi di manutenzione cui è stato sottoposto. Si va dalla più antica, ovvero la Tabula Peutingeriana (copia medievale di una carta di epoca romana), sino alle mappe del XVIII secolo. Soprattutto grazie a questa accurata ricerca iconografica, oltre che alla riproduzione in calce al libro della trascrizione di una lunga serie di documenti, il testo di Abati e Polo acquista per lo studioso il valore di una fonte.

Data la sua completezza, “Le acque del Muson” potrebbe rappresentare un punto di arrivo, più che un punto di partenza. In realtà l’argomento è di una tal vastità da lasciare agli studiosi ampissime aree non ancora indagate. È per esempio il caso dei due secoli più importanti per la storia idraulica del Veneto, ma generalmente ignorati: l’Ottocento e il Novecento. E “Le acque del Muson” non fanno eccezione, fermando l’indagine alla fine del Settecento con l’arrivo di Napoleone.

Non si veda in questa osservazione una velata critica ai due autori, che non finiremo mai di ringraziare per questo loro contributo, ma un preciso appunto alla loro scuola, che è anche la scuola di quegli studiosi veneti i quali identificano la fine della Storia con la fine della Serenissima. Invece, per ciò che riguarda la storia idraulica veneta, questa inizia proprio con l’arrivo di Napoleone. Egli ebbe il merito di imprimere quella svolta che porterà alla nascita dell’idraulica contemporanea: un’idraulica fondata non più su interventi puntuali e “di emergenza”, ma su interventi coordinati da piani di scala regionale.

Accennavo all’Alta Padovana come “terra d’acque”. Il Muson non è infatti l’unico fiume a solcare questa regione. Ruggiero Marconato, nella sua “Civiltà veneta di Terraferma: Loreggia dal Medioevo al secolo ventesimo” (Biblioteca Cominiana, Cittadella, 1995) regesta infatti ben otto corsi d’acqua, precisando di aver tralasciato quelli “minori”. Eccetto il Muson, degli altri sette io sono a conoscenza soltanto delle poche, sebbene efficaci e importantissime notizie che dobbiamo a Marconato. Come sempre spero di sbagliarmi e di ricevere da qualcuno giusti rimproveri. Ma spero anche nell’interessamento verso quest’aspetto del territorio dell’alta Padovana, da parte di studenti, studiosi e mecenati.

 

Pietro Casetta

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