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Sabato, 01 Gennaio 2011 10:06

Laura Liberale, "Tanotoparty", Meridiano Zero, 2009

 

Laura Liberale

“Tanatoparty”

Padova, Meridiano Zero, 2009

 

Pubblicata sulla rivista "Padova e il suo territorio"

 

Dovendo classificare letterariamente questo romanzo della padovana Laura Liberale, lo si potrebbe collocare nel genere “borderline”, genere letterario mai identificato con questo termine ma che sarebbe ora di cominciare a riconoscere in questo modo (Charles Bukowski e Philip Dick potrebbero esserne i primi esempi).

Ecco la definizione di borderline data da Ipisco, Istituto di psicologia e psicoterapia comportamentale e cognitiva di Firenze (questa definizione potrebbe bastare, da sola, come recensione del romanzo): “È fondamentalmente un disturbo della relazione, che impedisce al soggetto di stabilire rapporti di amicizia, affetto o amore stabili nel tempo. Si tratta di persone che trascorrono delle vite in uno stato di estrema confusione ed i cui rapporti sono destinati a fallire o risultano emotivamente distruttivi per gli altri. Le persone affette da questo disturbo trascinano altri, parenti e partner in un vortice di emotività, dal quale spesso è difficile uscire, se non con l'aiuto di un esperto. Questi soggetti, infatti, sperimentano emozioni devastanti e le manifestano in modo eclatante, drammatizzano ed esagerano molti aspetti della loro vita o i loro sentimenti, proiettano le loro inadempienze sugli altri, sembrano vittime degli altri quando ne sono spesso i carnefici e si comportano in modo diverso nel giro di qualche minuto o ora."

Con la morte in senso stretto, infatti, il romanzo ha a che vedere soltanto superficialmente: Lucilla Pezzi, nella vita un’artista o presunta tale, decide di compiere il proprio atto artistico supremo dopo la sua morte, facendo “plastinare” il proprio corpo e ponendolo al centro di una tragica installazione che si concluderà con la morte di tutti i presenti. Facile (e banale) la lettura come denuncia di una società sempre più affascinata dalle apparenze fino alle sue estreme conseguenze.

Per chi è sano di mente è sconcertante apprendere che la “plastinazione” non è un’invenzione letteraria della Liberale, tanto quanto “L’uomo a cassetti” presente nel romanzo non è un riferimento a Salvador Dalì, come pure “Il corpo esploso” non è una citazione futurista. Si tratta invece di veri cadaveri di persone che hanno dichiarato sul proprio testamento di voler essere sottoposte a “plastinazione”, tecnica ideata da un anatomopatologo tedesco per conservare i cadaveri sostituendo grassi e liquidi con un polimero siliconico, attraverso un procedimento chimico, e renderli quindi imputrescibili. Il tutto per essere eternati ed esposti nelle più incredibili sembianze in mostre cosiddette artistiche.

Ma torniamo al romanzo.

Lucilla Pezzi ha una sorella, Mina. Ed è Mina, si voglia o no, il personaggio centrale del romanzo. Mina è vittima di Lucilla, o meglio del continuo confronto che fa la madre fra lei e la sorella, e dal quale Mina ne esce sempre distrutta. Distrutta perché non riesce, neppure in età matura, a decifrare la personalità della sorella, a “collocarla” in qualche modo nella sua mente. Non riesce a capire, e non ci riuscirà per tutto il libro, che Lucilla è preda di una sindrome borderline. Esattamente quella descritta nella definizione sopra riportata, definizione che inconsapevolmente tratteggia e tutto il personaggio di Lucilla. In una parola Mina è disorientata.

Se si assume questo punto di riferimento Lucilla la si demolisce facilmente. Non è un’artista, ma una persona malata che si serve dell’arte come alibi per giustificare (e guardarsi bene dal curare) la propria malattia. E come tutti i borderline “sperimenta emozioni devastanti” (per esempio frustando e facendosi frustare a sangue in pubblico), produce “rapporti emotivamente distruttivi per gli altri” (è il caso del rapporto con Mina), “trascina altri, parenti e partner in un vortice di emotività, dal quale spesso è difficile uscire” (ed infatti li porta alla morte).

Scopo di Tanatoparty non è però quello di raccontare una psicopatologia, ma di rappresentare tale psicopatologia come metafora di un livello altro.

Per cogliere tale metafora, che consegna questo romanzo ai più ambìti scaffali della letteratura, ci soccorre ancora una volta Mina. Mina infatti, nel suo non riuscire ad identificare la patologia della sorella, rappresenta tutta l’incapacità della società occidentale ad identificare tutti i borderline sociali che portano ai tanatoparty e alle plastinazioni.

E sono proprio questi fenomeni di borderline sociale che il romanzo prende di mira.

Infatti la cosa più sconcertante non è l’evidente patologia necrofiliaca dell’anatomopatologo, e neppure le evidenti patologie voyeuristiche che conducono migliaia di visitatori all’interno della sua mostra con cui da tempo esibisce i suoi cadaveri in giro per il mondo. Ciò che lascia più perplessi è il fatto che non risulta che in nessuno dei Paesi in cui i cadaveri sono stati esibiti nessuno abbia mai pensato di denunciare il cosiddetto artista per interdizione di sepoltura, offesa al pudore, turbamento dell’ordine pubblico…

E questo la dice lunga circa l’attuale capacità del mondo occidentale di fissare una propria morale, e di distinguere non tanto il bene dal male ma almeno il sano dal malato.

Detto questo, Tanatoparty ha tutti i connotati del capolavoro.

Per la caratterizzazione dei personaggi.

Lucilla. La Liberale riesce a fare di un cadavere il protagonista di un romanzo. Un personaggio vivo, con le sue emozioni, pensieri e progetti, e senza scivolare nella rappresentazione del personaggio come una proiezione dell’io narrante o della scrittrice.

Sergio Masi. Sergio Masi non esiste. È ancora meno di un cadavere. È il braccio operativo di Lucilla. Quando Lucilla muore Sergio manda a Mina un sms che sembra partito da un computer di prima generazione: “Le comunico il decesso di Lucilla Pezzi”.

Clotilde. È la rappresentazione di uno dei tanti possibili esiti dell’elaborazione di un trauma infantile. L’autrice non lo dice, ma ben si desume che Clotilde diventa tanatoprattrice per rimuovere la paura della zia deforme.

La prosa, dal ritmo lento e sontuoso, sovrapposta (non scandita) alle citazioni dal “Libro tibetano dei morti” che contornano la pagina del libro.

Splendido l’epilogo. È il cadavere di Lucilla che parla (non Lucilla…), e che non potendo più disorientare gli uomini si perde a disorientare gli uccelli che non riescono a distinguere se si tratti di un corpo morto o di un ammasso di silicone. “Quanto disorientamento ho letto e continuo a leggere nei due chicchi saettanti sopra la fessura cornea…” Forse si tratta di un riferimento agli antichi àuguri. Certamente il riferimento è anche al disorientamento di Mina. Ancor più certamente si tratta dell’ennesima metafora che ci rappresenta: quegli uccelli “disorientati” siamo noi.

 

Pietro Casetta

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